Rudy

Percepì una sensazione di calore intenso poco sopra al ginocchio sinistro. Allungò il braccio e si colpì la gamba con la mano, come per schiacciare una zanzara, ma il calore non cessò e Rudy si costrinse ad aprire gli occhi, giusto un pochino.

La luce che penetrava dalla vetrata a tre porte lo abbagliò. Non aveva ancora avuto il tempo di metterci delle tende. Richiuse gli occhi e si sporse verso l’altra metà del letto per sfiorare il corpo nudo di Angela…o si chiamava Alice? Era sicuro che il nome iniziasse con la A, ma proprio non riusciva a ricordarlo.

Al posto della ragazza trovò un bigliettino con scritto un numero di telefono. Firmato “Adele”. Lo accartocciò e lo lanciò lontano.

Sentì ancora il ginocchio bruciare. Lo guardò e si accorse che era soltanto il sole, a scaldarlo. Si stupì di quanto fosse caldo la mattina presto. La sveglia non era ancora suonata, ma il sole sembrava già alto. Troppo alto.

Lanciò un’occhiata all’orologio sul comodino e gli fu tutto chiaro. Le 9.04. Era in un ritardo spaventoso.

Si alzò di scatto, aprì l’armadio e sfilò una camicia da una gruccia a caso. Corse in cucina per prepararsi un caffè. Il lavandino traboccava di piatti sporchi, e le uniche tazzine pulite erano probabilmente rimaste in uno dei tanti scatoloni ancora da sistemare. Rinunciò. Si vestì al volo, afferrò il cellulare, prese la valigetta che aveva ricevuto in regalo per essere stato il miglior venditore per tre mesi di fila, e uscì.

Si diresse a passi rapidi verso la macchina e fece per chiamare il suo capoarea per avvisare del ritardo, ma si ritrovò a fissare lo schermo nero su cui compariva soltanto il rettangolino rosso della batteria scarica.

Salì sulla sua BMW nuova di zecca, collegò il cellulare al caricabatterie da auto e partì sgommando.

Quattro minuti dopo si ritrovò imbottigliato nel traffico a imprecare contro Dio per la giornata di merda appena iniziata. Telefonò a Marco, il capoarea, che gli urlò di recarsi direttamente dal cliente delle 10, senza passare dall’ufficio.

L’orologio dell’auto segnava le 9.27. Decise di chiamare il sig. Carmelli per spostare l’appuntamento di qualche minuto. Doveva persuaderlo a firmare un’assicurazione sulla vita che avrebbe fatto guadagnare a Rudy qualche centinaio di euro, e aveva bisogno almeno di un caffè per gestire la trattativa al meglio.

Abbassò il finestrino, si accese una sigaretta e chiese all’assistente virtuale di comporre il numero del Sig. Carmelli.

Mentre il telefono squillava notò un barbone a qualche metro di distanza che si giostrava tra la lunga fila di auto in sosta al semaforo. Si reggeva a malapena su due pezzi di legno che usava come stampelle. Il piede storto e senza dita in bella mostra per impietosire gli automobilisti e convincerli a dargli qualche spicciolo. Rudy provò un conato di disgusto e distolse lo sguardo.

Scattò il verde e diede un paio di colpi di clacson per sveltire le auto davanti alla sua. Il sig. Carmelli rispose, dicendogli che non poteva posticipare. O alle 10 o il giorno successivo. Mi dispiace.

Scattò il rosso. Scattarono le 9.31. Rudy fece scattare la chiusura automatica delle portiere quando si accorse che il mendicante poliomielitico era a due passi da lui e gli porgeva il bicchierino di plastica, blaterando qualcosa.

Lui guardò altrove e gli fece segno di no, di allontanarsi.

Non la capiva, quella gente. Che si trovasse un lavoro, invece di pesare sulla società e sulle persone oneste come lui.

Il polio era ormai davanti al suo finestrino.

Scattò il verde. Rudy iniziò a giocare con l’acceleratore, spazientito.

Il bicchierino di plastica era talmente vicino che quasi gli tintinnava nell’orecchio. Ci lanciò dentro il mozzicone acceso e partì a tutta velocità, sganasciandosi in una risata isterica.

Osservò il polio dallo specchietto retrovisore. Era caduto, ma gli sembrò che lo stesse fissando mentre gesticolava e blaterava convulsamente, come facevano le streghe, nei film, quando maledicevano la gente.

Parcheggiò davanti alla casa del sig. Carmelli alle 9.58. Il cielo si era annuvolato e non faceva più così caldo. Agguantò la giacca che giaceva sul sedile del passeggero e uscì.

Si ripeté mentalmente la menata che avrebbe rifilato al cliente: non è una spesa ma un investimento, sono solo 130 euro al mese, deve firmare per il bene dei suoi figli, gli incidenti possono capitare e bla bla bla. Crea il bisogno e fallo sentire in colpa. Non accennare al fatto che se muore tra più di cinque anni nessuno vedrà mai un centesimo.

Bene. Era pronto. Suonò il campanello.

Il sig. Carmelli lo fece accomodare e si offrì di fargli un caffè. Rudy aveva appena tirato fuori il contratto da proporgli quando il sig. Carmelli si portò una mano sul petto e si accasciò a terra. Rudy rimase impietrito qualche istante mentre sentiva la moka borbottare in cucina. Chiamò il sig. Carmelli e provò a smuoverlo con un piede. Non udendo risposta, si accovacciò e gli mise due dita sotto il naso. Non respirava più.

Quelli dell’ambulanza l’hanno schedato come “infarto fulminante”, riferì a Carlo, il suo collega. Gli disse che Carmelli stava per firmare quando era successo, e così gli era saltato il contratto.

Si trovavano al bar per pranzo, anche se lui non aveva fame. Si erano appena seduti e Carlo stava addentando un pezzo di pane. Fece per rispondergli qualcosa, ma iniziò a tossire e la sua faccia si gonfiò. Gli diede qualche pacca sulla spalla per fargli sputare il panino che gli si era incastrato in gola, urlò a qualcuno di aiutarlo, ma non ci fu abbastanza tempo.

Quelli dell’ambulanza l’hanno schedato come “soffocamento da cibo”.

Rudy, che non aveva mai assistito alla morte di nessuno durante i suoi ventitré anni di vita, era sconvolto. Aveva perso la giornata di lavoro, era tornato a casa e si era buttato sul letto. Si sentiva a pezzi. Fuori la pioggia scrosciava. Milioni di pensieri gli affollarono la mente; ripercorse gli eventi della giornata da quando si era svegliato e gli occhi gli si fecero pesanti. Si addormentò con l’immagine del polio che agitava il bicchierino di plastica fissata in testa.

Si svegliò quando era già buio. Si affacciarono alla sua mente le immagini del sig. Carmelli, di Carlo, del polio, di Agata. Agata! Il foglietto col suo numero doveva essere ancora appallottolato da qualche parte. Decise di telefonarle. Non gli andava proprio di stare da solo.

Adele (per fortuna aveva firmato il biglietto, risparmiandogli una figuraccia), suonò il campanello alle 21.30. Si era fermata a prendere due pizze. I cartoni erano un po’ bagnati per via della pioggia, e le pizze erano ormai quasi fredde, ma a Rudy andava bene così, tanto non aveva fame. La abbracciò forte. Era felice di avere compagnia.

Prima di sedersi a tavola lei andò in bagno per lavarsi le mani, e non ne uscì per dieci minuti buoni.

Quando Rudy andò a controllare se stesse bene, la trovò riversa sul pavimento con un rivoletto di sangue che le scorreva lungo la guancia.

Quelli dell’ambulanza la schedarono come “overdose da farmaci”.

Rudy era distrutto. Senza contare che iniziavano a sospettare di lui. Nessuno glielo aveva detto chiaramente, ma quelli dell’ambulanza erano al corrente delle chiamate che aveva fatto al 118. Tre morti in un solo giorno. Tutti mentre erano con lui.

Ma non aveva senso! Lui non aveva fatto niente. Gli erano semplicemente morti davanti. La testa gli pulsava forte. Si sentiva come se un martello pneumatico gli stesse attraversando il cervello.

Si sforzò di trovare un nesso. Aveva visto altre persone, quel giorno, che erano ancora vive, per quanto ne sapeva lui. Il barista, tutti quelli dell’ambulanza, il polio…lo rivide mentre gli gesticolava contro, e si ricordò di averlo paragonato alle streghe che lanciano maledizioni…e se lo avesse maledetto? Scacciò il pensiero. Era impossibile. Forse stava diventando pazzo.

Trascorse i due giorni successivi a letto. Non gli andava di uscire, di vedere gente. Doveva chiarirsi le idee. Ripercorse mentalmente i fatti di quel giorno più e più volte. Li analizzò. Li scrisse.

Le persone che erano morte avevano trascorso con lui più tempo, rispetto a quelle rimaste vive. E lui le aveva guardate negli occhi.

Tutto era iniziato dopo che aveva lanciato il mozzicone nel bicchierino del polio…e quando sarebbe finito? Quanti morti, ancora? Come avrebbe potuto continuare a vivere?

Si alzò dal letto e si diresse in bagno. Aprì il rubinetto, si sciacquò il viso e lasciò scorrere l’acqua.

E quanto tempo doveva guardare una persona, per farla morire? Sospirò a lungo. Poi sollevò la testa verso lo specchio e si fissò dritto negli occhi.