Micky

Micky spense la luce e stava per chiudersi la porta del bagno alle spalle, quando decise che no, non era ancora pronto. O meglio, gli mancava quell’ultima spruzzata di coraggio. Rimase immobile sulla soglia per qualche secondo, poi si voltò, schiacciò l’interruttore, poggiò le mani al lavandino e fissò il suo riflesso nello specchio, dritto negli occhi.

Ce la puoi fare. È il momento.

I capelli gli ricadevano sull’addome come lunghissimi spilli neri, fino a coprire l’ultima falange del dito medio stampato sulla t-shirt blu.

Girò la manopola del rubinetto, bevve un sorso d’acqua e si sciacquò il viso.

Tornò in camera e si guardò in giro con aria malinconica. Vide la sua prima chitarra. Una Epiphone Les Paul usata color rosso ciliegia. Sorrise. Il suono cupo che ne usciva faceva a pugni con il glam rock che voleva suonare lui, ma era pur sempre una chitarra. La sua chitarra, che ora, cinque anni più tardi, se ne stava appesa alla parete, tra un poster dei Poison e uno dei Def Leppard.

Agguantò la custodia della Gibson SG nuova di zecca (regalo di sua madre, stavolta, per i suoi diciotto anni; in cambio Micky sarebbe dovuto uscire dal liceo con “voti decenti”, il che significava almeno 75, meglio se 80) e lo zaino che aveva preparato la sera prima, se li mise entrambi sulle spalle e uscì senza farsi vedere.

 

Fuori pioveva a dirotto e il vento era così violento che l’ombrello diventava non solo inutile, ma anche d’intralcio. Micky afferrò il manico con tanta forza che la mano ebbe uno spasmo, e tentò di mantenerlo in equilibrio mentre quello se ne svolazzava da tutte le parti, lasciando che la pioggia gli inzuppasse i vestiti.

La tasca dei suoi jeans vibrò. Ne estrasse il telefono quel tanto che bastava per leggere la notifica sullo schermo, ma i capelli gli fluttuavano davanti al viso coprendogli la visuale, e rendevano complicata un’operazione tanto semplice come guardare un display.

Impugnò meglio l’ombrello con la mano sinistra e si passò il braccio sulla faccia per spostare i capelli. Maledisse sé stesso per non averli legati, tirò su la spalla destra per sistemare meglio la custodia della chitarra e lo zaino – che continuavano a scivolare – si maledisse di nuovo per essersi cacciato in quella situazione e finalmente riuscì a estrarre il cellulare dalla tasca.

Era un messaggio di Nic: DOVE CAZZO SEI? MUOVITI!!

Spinse di nuovo il telefonino nella tasca e ripeté tutte le operazioni di prima, perché lo zaino e la chitarra erano sul punto di scivolargli dalle spalle, l’ombrello si dimenava più di un cavallo imbizzarrito e il suo volto era di nuovo coperto dai capelli.

Lo sai che te le stai raccontando, vero?

“Fanculo!” sbottò, e mollò il manico. L’ombrello prese quota. Micky si scostò i capelli dal volto e guardò su. Faticava a tenere aperti gli occhi per via della pioggia, ma riuscì a vederlo agitarsi in aria come fosse posseduto da una forza malvagia, per poi sparire tra gli alberi. Sciolse i muscoli della mano, abbassò lo sguardo e riprese a camminare. Era tardi. E il freddo gli penetrava nelle ginocchia attraverso i buchi dei jeans strappati.

 

Arrivò al DriveWay alle 18.15, si riparò sotto la tettoia e per prima cosa si assicurò che la sua Gibson fosse asciutta. Lo era. Tirò fuori una sigaretta e si strizzò i capelli specchiandosi nella vetrina, cercando al tempo stesso di scorgere i suoi amici nel locale attraverso il vetro.

“Cristo Santo! Che ti è successo? Sei arrivato a nuoto?”

Si voltò. Era Eddy, il suo bassista. Lo stava squadrando e rideva. Micky gli porse il braccio e si salutarono alla loro maniera: una stretta di mano e un battito di pugni.

“Zitto va! Avevo l’ombrello ma l’ho mollato…era inutile, con ‘sto cazzo di vento! Mi fai accendere? Ho la mano bagnata e non riesco…”

Eddy scosse la testa, fece scattare il suo zippo e lo avvicinò a Micky. “Devi farti la macchina”

“Si, certo…la paghi tu?”

“Come no! Ce ne facciamo una di gruppo. Anzi, ci prendiamo un pulmino Volkswagen e lo usiamo per andare in tour!”. Fece una breve pausa e indicò la sigaretta di Micky. “Muoviti a finirla, Jack si sta incazzando perché non arrivavi mai”

“Jack si deve rilassare. Non è la prima volta che suoniamo qui. Mi ci vogliono dieci minuti per il soundcheck. Lo sa.”

“Si, ma stasera è la prima volta che ci pagano e siamo tutti un po’ su di giri”.

Micky fece un tiro e annuì.

“Spero che non sia l’ultima…sono nella merda, Eddy. Mia madre-”

“Finalmente! Cos’è, ti eri perso?” si girò e vide Jack che usciva dal DriveWay. Gli accennò un saluto sollevando la testa.

Eddy gli diede una pacca sulla spalla e si avviò all’ingresso. “Tocca a me. Tu sei il prossimo. Preparati”.

Annuì ancora.

“Non avrai mica intenzione di fare il soundcheck conciato così, vero? Rischi di pigliarti una scossa che ci rimani secco! Sai che effetti speciali!”, rise Jack.

Micky abbozzò un sorriso. “Ho un cambio nello zaino”

Digli anche perché hai quel cambio nello zaino.

“E allora spegni quella merda e vai a cambiarti, che sembri un pulcino spennato…è tardi!”

Micky provò a incastrare il mozzicone acceso tra il pollice e il medio per scagliarlo lontano, ma prima che completasse l’operazione quello gli scivolò tra le dita e cadde per terra.

“Vado, vado. Rompipalle”. Gli lanciò un’occhiataccia, ma gli sorrise per smorzare la tensione. Raccattò zaino e chitarra ed entrò.

 

Salutò la barista e il proprietario con un cenno della mano e proseguì dritto fino al camerino. I piedi navigavano nelle Converse grigie. Se le sfilò e appese le calze allo schienale della sedia, sperando che servisse a farle asciugare prima.

Lanciò il telefonino sul tavolo, accertandosi che atterrasse con lo schermo rivolto in basso: sapeva che sua madre lo avrebbe chiamato e non voleva occuparsene. Non adesso.

Si spogliò completamente per cambiarsi e si stava infilando la maglietta di ricambio quando sentì gridare il suo nome al microfono.

Si rimise le scarpe, appese gli indumenti fradici sulla sedia di fianco alle calze, prese la Gibson e si diresse verso il palco, dove Nic e Eddy stavano strimpellando a casaccio per ammazzare l’attesa. Quando salì, Nic smise immediatamente di pestare sulla grancassa e avvicinò la bocca al microfono che gli stava accanto

“Porco cazzo Micky! Che hai fatto ai capelli? Sembri un mocio!”

“Ah. Ah. Divertente, Nic. Fatti un giro fuori e poi vediamo se ridi ancora!”

“Guarda che ci chiamiamo White Rocker, non Wet Rocker…” disse Nic.

“Ragazzi, sul serio…come fate voi ad essere asciutti? Avete i capelli più lunghi dei miei e sembrate appena usciti da un parrucchiere!”

“Mai sentito parlare di elastici per capelli?”  scherzò Eddy.

“O delle felpe col cappuccio?” gli fece eco Nic.

“Va beh ragazzi…avete vinto. Basta cazzeggiare, lasciatemi collegare la chitarra”.

 

Il soundcheck fu breve e senza intoppi. Una volta terminato, Micky andò in bagno e riuscì ad asciugarsi i capelli con il getto di aria calda di fianco ai lavandini.

Pensò a sua madre. A quell’ora ormai lo sapeva.

“Dì a tua madre che oggi la chiamo”, gli aveva detto la Lepardi, a scuola. Immaginò la faccia confusa della madre mentre l’insegnante le comunicava che suo figlio non era stato ammesso agli esami di maturità. Scacciò l’immagine e inghiottì una Tachipirina con un sorso d’acqua.

 I White Rocker mangiarono una pizza bruciacchiata offerta dal locale e alle dieci erano pronti a salire sul palco.

“Ragazzi…dobbiamo fare scena, se vogliamo che ci chiamino ancora” disse Jack.

“Sì, sì…lo sappiamo…” rispose Eddy roteando gli occhi.

“Lo so che tu lo sai, Eddy. Mi riferivo a lui” e puntò un dito contro Micky. “Oggi non mi sembra molto in forma, e non va bene”.

“Io? Che ho fatto?” chiese Micky.

Digli cos’hai fatto per la band. Digli che tua madre ti avrebbe confiscato la Gibson, e addio White Rocker, addio serate pagate, addio alla carriera musicale…

“Tanto per cominciare sei arrivato in ritardo. Fradicio. E al soundcheck hai sbagliato l’attacco di un paio di pezzi senza neanche accorgertene”.

Micky si guardò le scarpe e annuì “è che…è una giornata del c-”

“Non me ne frega niente. Non adesso. Dopo lo show parliamo, se vuoi. Ma vedi di non rovinarci la serata, ok?”

“E dai, Jack! Così non lo aiuti…smettila di fare il cazzone!” intervenne Nic.

Ma soprattutto, digli che hai bisogno un posto dove dormire.

“Basta!” si ritrovò a urlare “Jack ha ragione. Oggi è importante. Soprattutto per me. Se non sfondiamo con la musica non so cosa fare. Non ho più alternative, capite?”

“Ehm… no. Ma ne parliamo dopo. Adesso saliamo su quel palco e facciamo il miglior show della nostra vita. Petto nudo, cazzi duri! Pronti?” sentenziò Jack.

Annuirono in sincrono e salirono sul palco.

 

I primi cinque brani filarono alla grande. Poi fu il turno di Shout it out loud.

Micky provava a “fare scena” – come aveva suggerito Jack – muovendo ritmicamente la testa su e giù e sfoggiando la sua cascata di capelli, e nel frattempo tentava anche di prendere tutte le note. Intravide Eddy, alla sua sinistra, che gli si avvicinava, anche lui scuotendo la testa come se qualcuno stesse cercando di squartarlo.

Una fitta alla mano gli fece perdere la presa sulla chitarra, che si inclinò bruscamente.

Micky la recuperò e fece per riprendere a suonare, ma qualcosa lo bloccava. Tentò di fare un passo, e si accorse che non era lui, a essere bloccato, ma la chitarra. Diede uno strattone, e vide Eddy contorcersi, con la testa inclinata. Gli parve anche di sentire delle urla, ma la musica era troppo forte.

Passò qualche altro istante prima che capisse cosa stava succedendo. Alcune ciocche dei capelli di Eddy si erano incastrate nella paletta della Gibson. Non poteva certo interrompere la canzone e aiutarlo a districarsi, e non gli venne in mente nient’altro da fare se non tirare. Diede altri due violenti strattoni e fu libero. Una ciocca di capelli biondi pendeva dalla paletta della chitarra e Eddy era riverso a terra, ma entrambi continuarono a suonare fino alla fine del brano.

Micky aiutò Eddy ad alzarsi e notò il buco grosso quanto una moneta da un euro che gli aveva procurato in testa. I capelli intorno al buco sembravano bagnati e appiccicosi, ma con le luci del palco era difficile capire se si trattasse di sangue o di sudore.

“Tutto bene, Ed?” gli chiese, dandogli una pacca sulla spalla.

Ed non rispose. Si limitò a guardarlo in silenzio senza sorridere. Non si avvicinò più a Micky per tutta la durata del concerto.

Come il resto della band.